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La leggenda della Genova degli anni Trenta di una bravata studentesca rimasta fuori dai giornali per la censura fascista
Ci sono storie che non compaiono negli archivi e che nessun giornale ha mai raccontato. Eppure restano vive nella memoria collettiva. È il caso dello scandalo all’opera a Genova negli anni ’30, una delle goliardate più celebri della città, tramandata di generazione in generazione.
Siamo nel pieno del fascismo. La stampa è sottoposta a censura e l’immagine pubblica delle autorità deve restare impeccabile. In una serata qualunque, dentro al Suprema, il più lussuoso tra i postriboli cittadini, una maitresse insolitamente agitata allontana in fretta alcuni studenti intenti a “far flanella” con le ragazze.
Il comportamento è sospetto. I giovani decidono di aspettare nei dintorni e scoprono presto la ragione di tanta premura: dal vicino Teatro Carlo Felice, un gruppo di alti gerarchi avrebbe lasciato il palco riservato alle autorità approfittando dello spegnersi delle luci, per trasferirsi in un luogo decisamente meno formale.
Uno dopo l’altro, i prestigiosi ospiti entrano nel Suprema. Il maggiordomo accosta l’anta della cancellata senza chiuderla del tutto, consapevole che la vecchia serratura, una volta bloccata, si sarebbe inceppata.
Gli studenti conoscono quel dettaglio. E colgono l’occasione. Serrano l’inferriata e si dileguano nella notte.
Qualche ora più tardi, mentre al Carlo Felice le luci si riaccendono rivelando a una platea sorpresa il palco delle autorità desolatamente vuoto, a poche centinaia di metri i pompieri cercano rumorosamente di forzare una robusta cancellata ottocentesca.
Quando finalmente il cancello cede, una mesta processione di clienti del Suprema esce sotto gli sguardi dei curiosi. Tra loro, secondo il racconto popolare, si riconoscono facilmente le personalità che avrebbero dovuto essere all’opera.
L’indomani nessun giornale fa menzione dell’accaduto. La censura fascista impedisce che la vicenda venga riportata. Ma la città ricorda. E continua a raccontare questa storia come una delle più emblematiche della Genova degli anni ’30, capace di unire ironia, trasgressione e memoria.
