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Un aristocratico davanti ai cannoni e una folla pronta all’assalto: in un bassorilievo si nasconde uno degli episodi più tesi della Genova settecentesca.
Per scoprire questa storia bisogna alzare lo sguardo in via San Lorenzo. Tra le facciate dei palazzi, un bassorilievo cattura l’attenzione di chi osserva con cura.
La scena è teatrale: un aristocratico offre il petto a un cannone, mentre alle sue spalle una folla di popolani agitati sembra pronta a far fuoco. Non è un’allegoria generica. È il racconto di un grido di rivolta a Genova nel 1747.
Siamo nel gennaio di quell’anno, all’indomani dell’insurrezione antiasburgica. La città, già provata dalle tensioni politiche e militari, esplode nuovamente quando si diffonde la voce che alcuni nobili stiano tramando per favorire il ritorno degli austriaci.
Dai vicoli attorno a Palazzo Ducale emerge una folla inferocita. Recuperati chissà dove, due cannoni vengono spinti fino alla porta del palazzo, simbolo del potere politico. La tensione è altissima.
A quel punto compare il nobiluomo Giacomo Lomellini. Con un gesto che la tradizione ricorda come coraggioso, si pone davanti ai cannoni e affronta la folla. Parla, rassicura, promette. Le sue parole riescono a disinnescare la rivolta.
L’episodio diventa presto proverbiale. La frase “Il Lomellino ha aperto il portone” entra nel linguaggio comune per indicare grandi sfoggi di retorica seguiti, però, da un nulla di fatto.
Il bassorilievo e il messaggio politico
Più di un secolo dopo, il poeta Lorenzo Costa incarica Santo Varni di scolpire l’episodio nella loggia del palazzo appena acquistato. L’evento storico viene così trasformato in memoria monumentale.
Ma osservando attentamente il bassorilievo, emerge un dettaglio significativo. Le vesti dei popolani che minacciano Lomellini non sono settecentesche. Richiamano, con evidente anacronismo, quelle dei rivoluzionari giacobini: berretto frigio, feluche, atteggiamenti tipici dell’iconografia rivoluzionaria francese.
Non si tratta di una svista. È una scelta simbolica.
Attraverso quell’anacronismo, la scena del 1747 dialoga con le tensioni politiche dell’Ottocento. Il passato diventa specchio del presente. La rivolta genovese viene riletta alla luce delle idee rivoluzionarie europee.
Così, un grido di rivolta a Genova nel 1747 non resta soltanto un episodio di cronaca cittadina. Diventa un racconto stratificato, inciso nella pietra, capace di parlare di potere, retorica e conflitti sociali.
E basta alzare gli occhi, in via San Lorenzo, per accorgersene.
