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Dall’Accademia Ligustica ai monumenti di Mazzini e Vittorio Emanuele II, fino alle grandi opere in Argentina e a Cuba.
Nel 1849, a Celle Ligure, nasce Pietro Costa. Figlio di un calzolaio poverissimo che a un certo punto abbandona la famiglia per cercare fortuna in America, Pietro cresce tra difficoltà e determinazione.
Ancora adolescente approda all’Accademia Ligustica di Genova, dove il suo talento come scultore non passa inosservato. I docenti ne riconoscono presto l’abilità tecnica e la sensibilità artistica.
Lo si può immaginare profondamente legato alla propria terra. Firma una delle petizioni per salvare Palazzo San Giorgio dai periodici tentativi di demolizione e, nelle sue opere, sembra inserire sempre un frammento silenzioso di Genova.
Negli anni Ottanta dell’Ottocento la sua fama cresce rapidamente. Vince il concorso per la realizzazione di importanti monumenti pubblici e firma due opere destinate a segnare il panorama urbano italiano: il monumento a Giuseppe Mazzini a Genova e quello a Vittorio Emanuele II a Torino.
Nonostante le profonde differenze ideologiche tra il fondatore della Giovane Italia e il sovrano sabaudo, Costa adotta uno schema iconografico simile per entrambi: la statua principale svetta sulla sommità di un’alta colonna, mentre alla base compaiono figure allegoriche.
Per Mazzini: Pensiero e Azione.
Per Vittorio Emanuele II: Unità, Libertà, Lavoro e Fratellanza.
Una scelta artistica coerente ma politicamente audace, che suscita qualche malumore. A Torino, in particolare, viene congedato prima del completamento definitivo dell’opera.
Da Genova a Buenos Aires e L’Avana
Nonostante le tensioni, Pietro Costa si è ormai costruito una reputazione solida. Le sue capacità lo portano oltreoceano.
Realizza la statua del generale ribelle Juan Lavalle a Buenos Aires, riprendendo il modello già sperimentato nei monumenti italiani. Poco dopo lavora a L’Avana, dove scolpisce la statua dell’arcivescovo Apolinar Serrano per la cattedrale cittadina.
Quest’ultima opera richiama sorprendentemente il celebre “canonico di marmo” custodito nella cattedrale di San Lorenzo a Genova, come se un filo invisibile continuasse a legarlo alla sua città.
Dalle piazze italiane alle Americhe, le sue opere raccontano un artista che ha saputo barcamenarsi tra ideologie, polemiche e sfide personali, lasciando un segno che ancora oggi unisce continenti diversi sotto lo stesso cielo di marmo.
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