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Tra fantasmi, rumori misteriosi e contrabbandieri, la storia della “crosa del diavolo” racconta uno degli angoli più oscuri e affascinanti della Genova antica.

Nel Cinquecento, l’attuale Largo San Giuseppe era conosciuto con un nome capace di inquietare chiunque: “Creuza do diao”, la crosa del diavolo. Dopo il tramonto si evitava con cura di attraversare quella zona. Molti non lo facevano nemmeno in pieno giorno. Tra gli alberi secolari si diceva di udire gemiti, rumori di catene trascinate nel buio, bagliori improvvisi simili a fuochi fatui. Ombre spettrali sembravano muoversi tra i muri. Le testimonianze non provenivano soltanto dal popolo. Anche notabili dell’epoca raccontavano episodi inquietanti. Il nome Creuza do diao a Genova nel ’600 appariva quindi più che appropriato. La paura si diffuse rapidamente. La strada divenne un luogo evitato, un passaggio oscuro nel cuore della città.

La verità dietro la Creuza do diao

A un certo punto, però, qualcuno iniziò a osservare con maggiore attenzione. I fantasmi e il demonio non c’entravano nulla. I fenomeni “paranormali” erano opera di uomini vivi e ben organizzati. Erano contrabbandieri e criminali che avevano bisogno di silenzio e isolamento per i propri traffici. Per tenere lontani curiosi e passanti avevano escogitato stratagemmi semplici ma efficaci. Figure su trampoli avvolte in lenzuola bianche si muovevano nel buio. Zucche illuminate dall’interno con candele – molto prima di Halloween – venivano sistemate tra gli alberi. Tacchini con catenelle fissate alle zampe producevano rumori metallici e sinistri. Era tutto studiato per alimentare la paura.

Quando l’inganno venne scoperto, la leggenda non svanì del tutto. Anche tra Settecento e Ottocento molti continuarono a evitare quella strada nelle ore notturne. I lavori di ampliamento e il cambio di nome in Largo San Giuseppe non bastarono a cancellare l’eco della crosa del diavolo. Per chi doveva rincasare da solo, a tarda notte, quel tratto di Genova restava carico di suggestione. La Creuza do diao è rimasta così una delle storie più affascinanti della città antica. Un racconto che mostra quanto sia sottile il confine tra superstizione e realtà.

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