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Una bambina avvelenata, un dono fatale e un’indagine nella Genova fascista tra Ospedale del Pammatone e via XX Settembre.
10 maggio 1937. All’Ospedale del Pammatone una donna piange disperata la figlia dodicenne, morta dopo dolori atroci. I medici non hanno dubbi: si tratta di avvelenamento. Viene immediatamente avvertita la polizia.
La tragedia scuote la città. È la Genova degli anni del fascismo, delle “porte aperte”, dell’ordine esibito come simbolo di efficienza. Un delitto così non può restare senza colpevole.
La donna è sposata, ma è noto che si prostituisce. Gli inquirenti, senza troppe cautele, la interrogano nonostante lo shock evidente. Dalle sue parole emerge un dettaglio decisivo: il veleno era contenuto in un cioccolatino che un cliente le aveva regalato.
Il dolce non era destinato alla bambina. La vittima designata doveva essere la madre.
Così prende forma quello che passerà alla storia come il delitto del cioccolatino a Genova nel 1937.
L’indagine in via XX Settembre
Le indagini si muovono rapidamente. In un clima politico in cui l’idea di sicurezza è centrale, non si può tollerare che un assassino circoli indisturbato.
Gli agenti conducono la donna, ancora sconvolta, lungo via XX Settembre, dove era solita incontrare i clienti. È una sorta di ricognizione forzata: tra le persone che affollano la strada, potrebbe comparire il volto dell’uomo che le ha consegnato il dono fatale.
L’intuizione si rivela corretta. L’assassino viene riconosciuto e arrestato, e con lui anche il complice, che si rivelerà essere un compagno di università.
Resta una vicenda tragica, che riflette l’atmosfera cupa di quegli anni. Una storia in cui si intrecciano marginalità sociale, pregiudizio, propaganda e giustizia rapida.
Il nome rimarrà nella memoria cittadina: il delitto del cioccolatino a Genova nel 1937.
Un episodio che, dietro l’apparenza di una cronaca nera, racconta molto del clima morale e politico della città negli anni Trenta.

